Adams-Gaiman: Guida Galattica Double Face

di Lorenzo Fantoni

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Un uomo sta facendo l’autostop in giro per l’Europa, beve un po’ troppe pinte in un bar di Innsbruck e si sdraia sull’erba, ubriaco marcio a guardare le stelle. Improvvisamente un pensiero gli attraversa la mente:
«Qualcuno dovrebbe proprio scrivere una guida per fare l’autostop in giro per lo spazio.»

Questa è la storia che Douglas Adams raccontava ogni volta che qualcuno gli chiedeva com’era nata la Guida Galattica per Autostoppisti, anche se ormai, dopo averla ripetuta centinaia di volte, non si ricordava più quanto c’era di vero e quanto di inventato per renderla più interessante. Sarcasmo, autoironia, l’incredibile capacità di guardare i fatti della vita, anche i più crudeli, con un sorriso tra il sincero e il beffardo, un pizzico di satira, follia quanto basta e l’incapacità di capire fino in fondo il limite tra lo scherzo e il momento serio. Queste sono probabilmente le caratteristiche principali che rendono unico e affascinante l’humor inglese, caratteristiche che hanno accompagnato Douglas Adams per tutta la vita e hanno res[…]

via Adams-Gaiman: Guida Galattica Double Face | Oscar Mondadori

Svaghi: Asimov 2019

di Giovanni De Mauro

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Come sarà il mondo fra trentacinque anni? È il 1983 e trentacinque anni dopo l’uscita del romanzo “1984” di George Orwell il quotidiano Toronto Star chiede allo scrittore Isaac Asimov di fare le sue previsioni per il 2019.

Asimov scrive che “l’informatizzazione continuerà inevitabilmente a progredire” e che gli “oggetti computerizzati portatili” cominceranno a entrare in tutte le case. La crescente complessità della società renderà impossibile fare a meno dei computer, e cambierà soprattutto il lavoro, come era già successo con la rivoluzione industriale. Spariranno le mansioni ripetitive, quelle da catena di montaggio. Lo scrittore si augura che entro il 2019 la popolazione avrà smesso di crescere e che i governi incoraggino la riduzione del tasso di natalità. E aggiunge: “Le conseguenze dell’irresponsabilità degli esseri umani per i rifiuti e l’inquinamento saranno sempre più evidenti e insostenibili”.

Se alcune delle previsioni di Asimov sono sorprendenti, altre sembrano completamente sbagliate. È vero che il 2019 (una data importante per la fantascienza: è l’anno in cui sono ambientati “Blade runner” e “Akira”) è cominciato con l’allunaggio di una sonda cinese, ma siamo ancora lontani dalla colonizzazione della Luna ipotizzata dallo scrittore o dallo spostamento nello spazio della produzione industriale. Come siamo lontani dall’aver costruito una centrale elettrica in grado di raccogliere l’energia solare per distribuirla sulla Terra. Oppure dalla rivoluzione della scuola come effetto dell’informatizzazione – “l’istruzione sarà divertente” e “ogni studente potrà imparare ciò che più desidera a modo suo e con i suoi tempi” – o dalla rivoluzione del tempo libero, sempre grazie ai comp[…]

via Svaghi – Giovanni De Mauro – Internazionale

 

La musica influenzata dalle distopie letterarie di J. G. Ballard

di Louis Pattison (traduzione di Vincent Baker)

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I Locrian nello scatto di Jimmy Hubbard

Capita ogni tanto che uno scrittore si infiltri nella cultura popolare, contagi altri ambiti artistici, nella misura in cui diviene famoso ed è riconoscibile dal solo cognome. Nel caso di J. G. Ballard, la sua scrittura rimane imbattuta per la profondità e per la devianza della sua immaginazione. Da quando il romanziere inglese scomparve nel 2009, dopo aver perso la battaglia contro un cancro alla prostata, possiamo affermare di vivere in un mondo ballardiano, circondato da temi profondamente inquietanti di cui tenne ad avvertirci – audaci visioni di degrado urbano, di tecnologie esotiche, patologie sessuali e di collasso dell’ecosistema. È difficile mettere in relazione la persona di Ballard – con un padre vedovo che ha cresciuto tre figli nel tranquillo sobborgo londinese di Shepperton, e che non ha mai provato nulla di più forte di un whisky di malto – con il contenuto spesso depravato dei suoi romanzi. Da parte sua, Ballard ha sempre negato che il proprio lavoro fosse guidato da una qualche rovina esistenziale o dalla negatività; sono, come dichiarò, “metafore estreme”, un ammonimento su ciò che si potrebbe trovare proprio dietro l’angolo del nostro presente.

Ballard fu colto da ricca ispirazione nella seconda metà degli anni ’70, realizzando romanzi come Crash, L’isola di cemento e Il condominio, i quali avrebbero un potente ascendente sul linguaggio del punk emergente, del post-punk e delle nuove ondate di genere. Gruppi come The Human League, The Comsat Angels o gli Ultravox furono tutti discepoli di Ballard, e molti lo citarono esplicitamente. I Joy Division plagiarono il titolo della canzone ‘Atrocity Exhibition’ dalla raccolta sperimentale di fantascienza del 1970 di Ballard, mentre Daniel Miller, gran capo di Mute Records, iniziò la sua carriera musicale, con lo pseudonimo The Normal, intitolando una canzone ‘Warm Leatherette’, riferimento al romanzo di Ballard del 1973 Crash, autoproclamandolo ‘inno psicopatico’ a causa del potenziale erotico che risiederebbe in un incidente automobilistico. L’influenza di Ballard sopravvisse oltre il punk del XX secolo. Il gruppo pop psichedelico di Luke Steele, gli Empire of The Sun, prese il nome dall’opera più famosa di Ballard, L’impero del sole, romanzo semi-autobiografico in cui viene descritta l’infanzia dello scrittore in tempo di guerra a Shanghai; Myths Of The Near Future, invece, dei Klaxons, mutuava il titolo di un album da una raccolta di racconti. Nel frattempo, l’influenza di Ballard è sfociata perfino nella dance music – in particolare nelle prime espressioni del dubstep, che utilizza i ritmi balzellanti del garage U.K. affogati nelle atmosfere di ansia e terrore dell’urbanità.

Perché le visioni di Ballard si sono rivelate così durature? Elizabeth Bernholz, alias Gazelle Twin, artista di musica elettronica da Brighton, crede che l’autore abbia qualcosa da dirci sul mondo a venire come nessun altro. “Ballard ha predetto la minaccia e le conseguenze dell’ultra-conservatorismo all’interno di una società completamente capitalizzata”, afferma. “La sua descr Leggi tutto…

L’Universo è una simulazione?

di Roberto Paura

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Teorizzato dai filosofi, studiato dai fisici, preso sul serio dai titani della Silicon Valley: torna il più radicale dei dubbi.

Nell’aprile scorso l’American Museum of Natural History di New York ha ospitato l’annuale “Isaac Asimov Memorial Debate” e ha invitato alcuni ospiti illustri a discutere del quesito “Il nostro universo è una simulazione?”. Per l’esattezza si trattava del filosofo David Chalmers, autore di Che cos’è la coscienza?; e dei fisici teorici Zohreh Davoudi, James Gates Lisa Randall e Max Tegmark. A moderare l’incontro c’era l’astrofisico Neil deGrasse Tyson, il volto più noto della divulgazione scientifica americana. Tanta concentrazione d’intelligenza per una domanda così bizzarra sembrerebbe una perdita di tempo. Se non che tutti i relatori, con l’eccezione di Lisa Randall, sono sostenitori più o meno convinti del cosiddetto simulation argument: l’ipotesi secondo cui l’universo sarebbe una simulazione informatica programmata da una super-intelligenza esterna alla nostra realtà. Specificità tecnologiche a parte, non si tratta di un’idea nuova. Dal velo di Maya alla caverna di Platone, dal dubbio metodico di Al-Ghazali al genio maligno di Cartesio, per finire con l’esperimento mentale del cervello nella vasca di Putnam; lo scetticismo circa l’autentica natura della realtà ha attraversato tutte le epoche e le latitudini del pensiero.

A rimetterlo in circolo nella sua formalizzazione più contemporanea è stato il filosofo analitico svedese Nick Bostrom. Direttore dell’Institute for the future of humanity di Oxford, nel 2003 Bostrom ha pubblicato su Philosphical Quarterly un paper dal titolo “Are you Living in a Computer Simulation?”. Dopo aver riepilogato le tesi a favore della nostra futura capacità di creare al computer menti dotate di consapevolezza, nel testo Bostrom speculava sulla possibilità che una civiltà super evoluta fosse in grado di sviluppare non solo una simulazione della realtà così ricca di informazione da essere indistinguibile dalla realtà stessa ma addirittura “un numero astronomico” di tali simulazioni. Da ciò desumeva, su basi probabilis[…]

via L’Universo è una simulazione? – il Tascabile

Alien, ovvero: l’importanza dei corridoi nella sci-fi

di Settenotteinnero Blog

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C’è un elemento scenico/scenografico che, più di ogni altra cosa, è emblematico del film sci-fi. Anzi, ne è talmente l’emblema al punto da disperdersi come un albero nell’immensità della foresta, non sovrastando praticamente mai tutti gli altri aspetti visivi per così dire più preponderanti e significativi (astronavi, paesaggi extra-terrestri, megalopoli, fauna aliena ecc.). Ma, proprio per il fatto di essere presente in maniera così massiccia lungo tutta la pellicola, questo elemento svolge alla perfezione il ruolo di ‘segno di interpunzione’ nella grammatica generale della stessa: stiamo parlando del corridoio. Il corridoio rappresenta un po’ lo sfondo inanimato su cui si snodano le vicende narrate dal film; è il non-luogo che permette al nostro occhio di abituarsi più facilmente allo stile architettonico-artistico e più in generale visivo che il film di fantascienza vuole darci. Il corridoio è anche, e soprattutto, lo stratagemma che rende plausibile una pellicola sci-fi: è utile al regista perché è un canale che consente il passaggio da un set tendenzialmente molto più grande (un salone, una stazione spaziale ecc.) dove avvengono cose, dove si scambiano dialoghi, insomma dove si svolge un’azione, ad un altro set dove si svolge un’altra, diversa azione.  Proprio come una virgola, un punto di domanda, un punto esclamativo, il corridoio articola le frasi narrate per immagini del film. In questo aspetto, ha una funzione molto simile a quella dello sfondo dipinto nei quadri a carattere religioso del periodo rinascimentale, che rendeva plausibile alla vista il punto di fu[…]

via ALIEN, OVVERO: L’IMPORTANZA DEI CORRIDOI NELLA SCI-FI