Artisti, artistoidi, artistacci

di Terry Passanisi

deadpoets

Ricordo sempre con un dolce fremito il bellissimo film “L’attimo fuggente” di Peter Weir, con uno strepitoso Robin Williams nel ruolo del professor Keating, capace di forgiare anima e corpo degli imberbi liberi pensatori suoi allievi. La sceneggiatura originale (premiata con l’Oscar nel 1990, se ben ricordo) ha la felice intuizione di dissacrare l’opera critica – inventata, in realtà, ma ispirata a un saggio esistente – del fu parruccone Jonathan Evans Prichard che, nell’introduzione “Comprendere la poesia” del testo di letteratura inglese, riduce la creazione letteraria a un mero prodotto di due fattori numerici prestabiliti, attribuiti arbitrariamente a forma e importanza proprie delle singole opere; alla stregua di una prova qualità matematizzante da decretare su merce destinata agli scaffali di un supermercato. “Escrementi,” si lascia scappare di bocca il colto e romantico professor Keating, volontariamente e senza far nulla per impedirsi il commento sul saggio critico del Prichard; diventando da quel momento in poi il faro illuminante di due intere generazioni di ragazzi: di quella soggiogata da genitori troppo bigotti e inquadrati degli anni ’50 americani, presente nella sua classe, e di quella davanti allo schermo che assisteva al film negli anni ‘90. Perché tanta potenza evocativa in quella strenua difesa dei valori assoluti del fare Poesia?

Mi azzardo a trasformare la domanda, per necessità, nella più classica da un miliardo di dollari: essa ha radici articolate e complesse per poterne trarre una risposta semplicistica – proprio come non è possibile classificare con un valore aritmetico, alcuna poesia o opera artistica. Che cos’è, infine, fare Arte ed essere artisti, a pieno titolo?

Oggi, mentre navighiamo in Internet, intrecciando continuamente relazioni e amicizie sui Social network, è dietro l’angolo l’impressione che molti si siano improvvisamente trasformati in immortali scrittori, poeti, pittori, musicisti, attori e rockstar, in barba ai famigerati quindici minuti di notorietà che spetterebbero, in ogni caso, a chiunque. Fioccano le pubblicazioni, le produzioni artistiche, i libri, le fotografie, i corti, i lungometraggi, le sperimentazioni di ogni tipo, nella maggior parte dei casi autoprodotti; per non parlare delle performance video attoriali e cantautoriali (se non limitate alle sole doti canore su canzoni già note), più o meno fortunati o di qualche impercettibile valore. Inoltre, si sono sentite circolare troppo spesso leggende metropolitane che affermano quanto genio e talento siano fattori casuali e spontanei, talora permeate dall’assurda convinzione che per essere artisti basterebbe soltanto condurre una vita dissennata di sesso, droga & rock’n’roll, in un’eterna posa da poeta maledetto.

È innegabile: partiamo dal presupposto che Internet ha tramutato i mercati, di ogni tipo, sopra a tutti quello delle produzioni artistiche. O, perlomeno, ha permesso a nuove forme di diffusione, distribuzione e commercializzazione globali di inserirsi nei meandri secolari del mercato tradizionale, in concorrenza con quei rigidi canali che, però, rimangono a farla da padrone. Questo fenomeno è diventato, in breve, uno specchietto per le allodole (volutamente o meno) per tutti coloro che, sotto sotto, le proprie velleità artistiche – e di vedere realizzata la propria opera come migliore ricompensa egotista – non le hanno mai abbandonate. E sono legione.

Sono partito dalla fine per spiegare qualcosa di fondamentale, atavico: fare arte, e quindi essere a pieno titolo degli artisti, è prima di tutto un vero e proprio mestiere, che anela a produrre un’opera sia intellettuale che manuale di assoluto valore, di qualità, originale e impareggiabile. Ché quel mestiere perché sia tale richiede –  come ogni altra carriera del resto, ­che si tratti di fare il medico, l’ingegnere o il panettiere – una preparazione, una dedizione e una costanza continue per tutta la vita. Soprattutto quando l’opera di un artista aspira necessariamente ad un’originalità irripetibile (perché sia riconoscibile, unica e, quindi, per non far morire d’inedia l’artista, vendibile); essa deve contenere il suo modo di pensare, di vedere il mondo e la vita, nella sua assoluta unicità. Per concludere, se l’opera d’arte deve essere forma, la sua attuazione a pieno titolo non può che nascere dalla costante e assoluta formazione dell’artista, che perdura per tutta una vita, in dedizione di studio e di ricerca continui. Corredati, perché no, da un “little spark of madness”.

 

Letture consigliate:

  • Sulla letteratura – Umberto Eco (Bompiani)
  • Il critico come artista – Oscar Wilde (Feltrinelli)

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