Letteratura

La Trieste in salita amata da Atsuko Suga che solo i giapponesi possono conoscere

"I tetti neri della città vecchia contrastano con il blu del cielo e del mar Adriatico e con il bianco dei gabbiani che volano compiendo cerchi nell’aria. Quando il cameriere porta del pane, i gabbiani si avvicinano e a me sembra che Saba sia qui."

di Corrado Premuda

Trieste, città che giorno dopo giorno si costruisce un’identità sempre più letteraria, può contare su molti libri a lei dedicati. Uno di questi, scritto nel 1995, a Trieste non l’ha ancora letto nessuno. Il perché è presto detto: non è mai stato tradotto per intero dal giapponese. L’autrice è Atsuko Suga (1929-1998), scrittrice e traduttrice, e il titolo del volume è “Trieste no sakamichi”, letteralmente “Le vie in salita di Trieste”, un grande successo in Giappone che ha contribuito a far conoscere laggiù la nostra città. Atsuko Suga, sposata col libraio e intellettuale milanese Giuseppe Ricca, aveva studiato e vissuto a lungo in Italia ed era diventata traduttrice per Einaudi e Bompiani dei maggiori autori giapponesi (Tanizaki, Mishima, Kawabata), ma aveva anche tradotto in giapponese Natalia Ginzburg, Sandro Penna e Antonio Tabucchi. “Voglio capire Saba camminando per Trieste”, si era detta prima di intraprendere il viaggio che le avrebbe fatto scrivere il libro in questione e il poeta del “Canzoniere” era stato il suo spirito guida. L’autrice descrive così Trieste: “L’hotel è posto in collina, un po’ fuori dal centro, e si gode una bella vista della città: in quel momento capisco di trovarmi a Trieste. Vedo Trieste come la vedeva Saba, è la città che lui amava e vedeva. I tetti neri della città vecchia contrastano con il blu del cielo e del mar Adriatico e con il bianco dei gabbiani che volano compiendo cerchi nell’aria. Quando il cameriere porta del pane, i gabbiani si avvicinano e a me sembra che Saba sia qui. Sarei curiosa di sapere cosa diceva Saba osservando i gabbiani.”

La visione di Trieste appare attraverso una sensibilità tipicamente giapponese e un documentario sull’autrice girato una decina di anni fa è ambientato anche in città. Ma chi era Atsuko Suga? L’abbiamo chiesto ad un suo amico, Giorgio Amitrano, orientalista, accademico e traduttore, tra gli altri, di Banana Yoshimoto e Haruki Murakami: “Era una donna dotata di forte carisma. Colta, generosa, con senso dell’umorismo, sensibile ma anche molto decisa nelle sue opinioni e a volte severa. Parlava uno splendido italiano, ricco di sfumature, ma si esprimeva perfettamente anche in inglese e francese. Dava la sensazione di una persona che avesse vissuto molte vite, e in effetti era così, tanto era ricca la varietà delle sue esperienze. La sua infanzia era stata quella di una ragazza di buona famiglia, educata in scuole cattoliche e cresciuta tra gli agi.” C’erano poi state la stagione drammatica della guerra, in un Giappone impoverito e devastato dai bombardamenti, gli studi a Parigi negli anni Cinquanta, e la scoperta dell’Italia, che era diventato il suo paese d’adozione. Poi il ritorno in Giappone, la carriera accademica, e infine il suo debutto come scrittrice a sessant’anni, coronato da un successo che aveva colto di sorpresa lei per prima. Che ritratto esce di Trieste nel famoso libro? “Il libro”, dice Amitrano, “è un mosaico di ricordi della sua vita in Italia, dei rapporti con la famiglia del marito che la aveva accolta con grande affetto, di incontri importanti come quello con Natalia Ginzburg. Nei capitoli dedicati a Trieste la città è raccontata come un luogo di confine, incrocio di culture, ma è vista soprattutto attraverso il filtro della poesia. Atsuko aveva amato molto Saba, del quale aveva tradotto in giapponese una quantità di poesie, e la sua visita a Trieste ha come scopo anche quello di visitare i luoghi citati dal poeta e, naturalmente, vedere la sua famosa libreria. L’altro capitolo è dedicato a Virgilio Giotti, e quindi di nuovo Trieste non è vista con l’occhio di un turista, ma con uno sguardo poetico.” Amitrano ha tradotto “Le scarpe della Yourcenar” della Suga, altro libro ancora inedito in Italia: “Avevo un contratto per tradurlo, ma per esigenze dell’editore era stato rimandato, fino a che io ho smesso di collaborare con Einaudi e il progetto non si è concretizzato. Anche la traduzione è rimasta incompiuta, ma spero di riprenderla e di fare conoscere questa importante scrittrice ai lettori italiani.”

Un ricordo dell’autrice arriva anche dalla cugina italiana Tiziana Volta Cormio: “Da bambina ero appassionata delle storie di Topolino e mi fu permesso di leggerle perché fu lei a consigliare ai miei genitori di farlo senza preoccupazioni. Sapevamo della sua grande preparazione culturale, della conoscenza di diverse lingue ma il nostro affetto nasceva dalla sua semplicità: ci raccontava quanto fosse presa dai suoi studi e dagli scritti e che le restava poco tempo per prepararsi la cena, la scoperta del microonde le aveva cambiato la vita! Quel che era poi diventata, la scrittrice che tutti conosciamo ora, noi lo scoprimmo molto tardi e quasi per caso.”

La copertina giapponese di “Trieste no sakamichi”

Corrado Premuda è giornalista free lance, autore di testi teatrali e cataloghi d’arte. Scrive di cultura per il quotidiano di Trieste “Il Piccolo”; il suo blog Motivi personali è dedicato al mondo della scuola in cui insegna lingua e letteratura italiana.

Ha pubblicato racconti e romanzi per Nutrimenti, Giunti, Editoriale Scienza, con traduzioni uscite in Austria, Croazia e USA. È possibile leggere estratti dei suoi racconti sul sito corradopremuda.com.

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