Eventi Letteratura

Laura Pariani contro i soprusi nella Lombardia del 1600

In occasione della serata evento del Premio Campiello 2019, Corrado Premuda ha intervistato la scrittrice finalista Laura Pariani.

di Corrado Premuda

L’autrice finalista del Premio Campiello, Laura Pariani.

Un personaggio misterioso e intrepido che nelle campagne lombarde di metà Seicento si schiera dalla parte del popolo contro i soprusi e le violenze di nobili e soldati. Di lui si sa pochissimo, la sua vita è tutta un programma, a cominciare dal nome: Bonaventura Mangiaterra. Sarà una cantastorie, vent’anni dopo i coraggiosi fatti del ribelle, a far luce sulla vicenda e a scoprirne l’identità. Di Bonaventura conquistano l’audacia e il senso di giustizia, il suo condurre una vita casta malgrado la bellezza, il suo modificare la Bibbia con intelligenza e ironia. Di sé racconta: “Io perfino nei sogni corro sempre, verso chissà dove, ai limiti delle mie forze.” È lui il protagonista del romanzo di Laura Pariani “Il gioco di Santa Oca” (La Nave di Teseo, pagg. 274, euro 18) tra i cinque finalisti al Premio Campiello selezionato dalla giuria dei letterati. Un eroe che si batte contro la prepotenza e le intimidazioni da cui possiamo trarre degli insegnamenti anche per i nostri tempi? “Direi di sì”, dice Laura Pariani, “leggendo le memorie di un prevosto del diciassettesimo secolo mi sono imbattuta in una rivolta contadina il cui oscuro capopopolo proclamava la consonanza profonda tra la condizione dei “servi della gleba” e quella delle donne: “nuda vita”, “nient’altro che corpi” privi di diritti e sfruttati. La cosa ha subito attirato il mio interesse perché in quelle dichiarazioni ho sentito riecheggiare temi ancora scottanti. Il filo rosso che lega tutti i personaggi del romanzo è infatti la lotta per il diritto di ogni individuo – qualunque sia la condizione sociale, l’etnia o il sesso – alla propria libertà e a una vita dignitosa. Lotta che mi pare attualissima. Certo nel contesto occidentale non ci ritroviamo più a scontrarci con lo strapotere di clero e nobili, ma altri oscurantismi ci minacciano.” Una storia tutto frutto di fantasia o basata su vicende storiche reali? “Di vero”, risponde l’autrice, “c’è lo sfondo storico della Lombardia seicentesca occupata dagli Spagnoli: oltre tutto la brughiera della valle del Ticino, in quanto frontiera tra zone di influenza spagnola e francese, era continuamente percorsa da eserciti dediti al saccheggio. Veri sono anche i numerosi tentativi di ribellione contadina che a tratti hanno caratteri di cupa ferocia; e vera è la credenza che la brughiera sia zona di “incanti” e “strie”, per cui gli inquisitori sono costantemente in allarme; così com’è reale la lettera del Sant’Uffizio ai parroci che cito nel libro.”

L’uso della lingua popolare del Seicento, piena di espressioni del parlato e dialettali, è uno dei tratti caratteristici del romanzo. Quanto è stato difficile ricreare questo linguaggio?È sempre difficile trovare la lingua giusta quando si fanno parlare personaggi così lontani nel tempo. Ho cercato comunque di recuperare la cultura popolare dell’epoca, perché il vero protagonista collettivo di questo romanzo è il popolo lombardo, oppresso dalle guerre e dalle tasse degli Spagnoli, chiuso nelle sue ‘cassìne’ come in un mondo a parte, per lo più analfabeta ma anche portatore di una cultura antropologica autonoma: una visione magica del mondo, in cui elementi cristiani si fondono con antichissime credenze pagane. Per questo alla lingua elitaria e algida dei documenti d’epoca ho contrapposto un italiano impregnato di espressioni farsesche o sdegnate del dialetto lombardo costantemente aperto a influenze straniere, perché la Lombardia è sempre stata terra spalancata a ogni vento, a causa delle “mal vietate Alpi”. In questo mi sono lasciata guidare dalla grande tradizione letteraria della mia regione d’origine: partendo dal lontano Merlin Cocai, passando per Carlo Porta e gli Scapigliati, per approdare al Novecento di Testori, Gadda, Fo, Loj.”  Laura Pariani scrive alcuni dei suoi libri, come il recente “Arrivederci, signor Čajkovskij”, in coppia col marito Nicola Fantini. “Abbiamo cominciato quasi per gioco”, dice l’autrice, “con alcuni racconti gialli, poi siamo passati al romanzo dedicandoci a una storia ottocentesca che piaceva a entrambi perché aveva come protagonista Dostoevskij, di cui siamo lettori appassionati.” Per chi fa il tifo al Campiello? “Naturalmente per me! So che il mio romanzo è solido, con forti personaggi. Confido che il libro piaccia a chi ama farsi sorprendere da un buon intreccio, a chi ama i protagonisti che non si arrendono e a chi condivide la speranza in un mondo più umano.”

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