Cultura Società

La (pen)ultima guerra in Europa

Un tribunale che non permise a un popolo di condannare i propri criminali, facendo di quel popolo intero un criminale, con i risultati che oggi vediamo. Un tribunale che non processò nessuno dei militari occidentali che pure, si conoscevano i nomi, non disdegnarono di partecipare alle violenze sulle donne, si girarono dall'altra parte quando gli interpreti chiedevano di salvare la propria famiglia dal genocidio che si preparava.

di Federica Manzon

“La Scelta”, uno spettacolo che racconta il lato umano della guerra nei Balcani

L’ultima guerra in Europa è stata quella dei Balcani, trent’anni fa. Una distanza giusta per poterla leggere. Che cosa ci ricordiamo di essa? Che fu una guerra complicata da capire, dove le vittime a volte facevano affari con gli aguzzini mentre i civili morivano nei modi peggiori, e le parti cambiavano sponda più volte. Ci ricordiamo l’assedio di Sarajevo, certo. Ma anche i campi di concentramento di Omarska e Keraterm e Trnopolje. Gli stupri, i bambini negli ospedali bombardati, le fosse comuni. Le trattative fallite e fatte fallire quando un accordo era ancora possibile. E poi il tribunale internazionale dell’Aia, pieno di buone intenzioni, preso in giro dagli stessi criminali che cercava di condannare, un tribunale che lavorò faticosamente tra mille ostacoli, che riuscì a portare i capi più in vista a giudizio, non tutti, ma lasciò una marea di criminali di medio grado a piede libero, a vivere nello stesso condominio delle vittime, come racconta Darko Cvijetić nel suo “L’ascensore di Prijedor”.

Un tribunale che non permise a un popolo di condannare i propri criminali, facendo di quel popolo intero un criminale, con i risultati che oggi vediamo. Un tribunale che non processò nessuno dei militari occidentali che pure, si conoscevano i nomi, non disdegnarono di partecipare alle violenze sulle donne, si girarono dall’altra parte quando gli interpreti chiedevano di salvare la propria famiglia dal genocidio che si preparava. 

La guerra è sempre anche questo, inevitabilmente. Non esiste guerra che elimina il Male senza lasciare una lunga coda di tragedie e dolori che restano anche a guerra finita, con il loro legittimo potenziale d’odio. Nella guerra dei Balcani nessuno fu capace di leggere il dopo, il portato di guerra, cosa avrebbe cambiato. Nessuno provò a immaginare il futuro di quelle nazioni e di quei popoli. Trent’anni dopo, nei Balcani, la situazione (e un po’ ovunque ndr) non è serena.


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